Home Salute > Blog Salute > Disabili: una vita a quattro ruote > Disabilità e sessualità femminile, la parola all’esperta
Uomo e donna, anche nella disabilità, sono diversi. Anche se si parla di sessualità. E ancora una vota a farne maggiormente le spese, in una società maschilista come la nostra, sono le donne. Ho chiesto a Cinzia Silvaggi, docente di Sessuologia Clinica all’Università Tor Vergata di Roma. Ecco la sua opinione
«La sessualità rappresenta uno degli aspetti fondamentali della vita di ogni persona. In Italia l’aspetto dell’affettività e della sessualità delle persone disabili ha iniziato ad essere oggetto di riflessione e di studio a partire dagli anni ‘70, da allora molto è stato detto scritto e fatto eppure ancora oggi le persone con disabilità trovano molti ostacoli nella costruzione di una propria identità sessuale e nell’espressione della stessa.
Una parte cospicua della difficoltà è senza dubbio attribuibile all’immagine sociale che il mondo Occidentale conferisce alla sessualità. Infatti, esiste una tendenza diffusa ad associare la sessualità alla bellezza e all’avvenenza, nell’immaginario collettivo la sessualità è vista come prerogativa dell’adulto bello sano e affermato socialmente, mentre, è invece tendenzialmente negata per tutti quei soggetti che non rispondono a questi requisiti, come per esempio, i disabili.
Ed è proprio per le persone con disabilità che questa situazione è ancora più esasperata, accade di frequente che in presenza di handicap la dimensione della sessualità non sia contemplata, legittimata, sostenuta e che addirittura venga completamente negata.
Le cose si complicano se mettiamo la nostra attenzione alla sessualità delle donne disabili, nell’immaginario collettivo si pensa che una donna possa prescindere dall’appagamento sessuale, viceversa, per l’uomo è maggiormente riconosciuta la possibilità dell’istinto e delle pulsioni sessuali. Oltre a questo pregiudizio una serie di altri stereotipi condizionano la libera espressione della sessualità Ovviamente nonè vero ma, la presenza di questi miti, è tale da condizionare non solo le persone caratterizzate da disabilità ma anche tutto l’entourage come ad esempio le famiglie e gli operatori/formatori che si occupano di loro.
Il contesto culturale nel quale siamo immersi ha un impatto determinante nella percezione di noi stessi e della sessualità esprimibile, ne è un esempio la variabilità di valore attribuito alla femminilità nei diversi paesi del mondo: nel medio oriente l’esempio di donna vincente è rappresentato da un corpo estremamente coperto mentre in Occidente è vero l’esatto contrario.
Un altro fattore che condiziona la sessualità è l’assenza di informazioni che riguardano la sessualità, non viene garantita quasi mai una giusta educazione alla sessualità e, partendo da quanto esposto, l’educazione alla sessualità dovrebbe coinvolgere anche le famiglie e gli operatori.
La difficoltà della sessualità nelle donne disabili è in larga misura (ma non solo) un prodotto sociale che va combattuto per rendere le persone libere di esprimere la propria sessualità. Ovviamente ci sono anche i fattori oggettivi che possono ostacolare la sessualità come i deficit organici o psichici ma, nella maggior parte dei casi, questi fattori possono alterare il normale funzionamento del rapporto sessuale ma non ostacolarlo. L’impegno davanti al limite deve essere quello di lavorare per il raggiungimento della maggior autonomia possibile, questo tipo di lavoro si fa per tutti gli altri deficit delle persone disabili ma non per la sessualità, che invece, essendo un comportamento, proprio come tutti gli altri comportamenti, può essere appreso e quindi insegnato.
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